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Enrico Ghelardi Boptet - Lost Love

Enrico Ghelardi Boptet
Lost Love
(Domani Musica, 2002)

Enrico Ghelardi Boptet Lost Love

Enrico Ghelardi soprano, baritone sax  
Giovanni Ceccarelli piano  
Valerio Serangeli double bass  
Peppe Giampietro drums  
Paolo Tombolesi piano (on 4, 5, 9, 10) 

Tracklist   ---------  
01. Call me again (Enrico Ghelardi) 6' 05''  
02. The lady is a tramp (Rogers - Hart) 6' 25''  
03. Lost love (Enrico Ghelardi) 7' 25''  
04. Just friends (Kleener - Lewis) 6' 07''  
05. Sorry I'm late (Enrico Ghelardi) 5' 27''  
06. I've grown a customed to her face (Lerner - Loewe) 7' 43''  
07. Speak low (Well - Nash) 7' 25''  
08. Samba di un amor (Enrico Ghelardi) 7' 20''  
09. Immagination (Van Heusen - Burke) 8' 14''  
10. Bernie's tune (Bernie Miller) 5' 04''  

total time 68' 25''   



Immagino il mondo musicale come un grande parto con fiori e piante dai molti colori e dalle diverse dimensioni. I fiori non competono tra loro, non invidiano i colori degli altri; solo si prodigano per contribuire con la loro piccola o grande presenza alla bellezza del prato, che è parte della bellezza dell'universo.   
In quel prato porto il mio piccolo fiore, con i suoi specifici colori, felici di sapere che tutto ciò che trae origine dalla sincerità e dall'amore, contribuisce a diffondere armonia e benessere.   

Enrico Ghelardi   

Dischi come Lost Love del baritonista pisano Enrico Ghelardi, trapiantato a Roma da molti anni, costituiscono un significativo esempio di come si possa proporre del jazz di alta qualità senza stravolgere quelli che sono i canoni fondamentali che distinguono il jazz da tutte le altre forme musicali, canoni che - piaccia o no - sono prettamente statunitensi. E questo superbo disco sembra in tutto e per tutto un disco americano, nel senso che Ghelardi e i suoi colleghi, lungi dal tentare le solite temerarie e fallimentari fusioni con musiche della tradizione regionale italiana, che generano fatalmente degli ibridi penosi e risibili, hanno realizzato un prodotto emblematicamente jazzistico.
Qui di ibrido non c'è proprio nulla: ci sono al contrario una fertile vena compositiva nei brani originali, un gusto sopraffino nell'interpretazione degli standard, una schietta creatività nell'improvvisazione, un non comune senso del blues, perfettamente assimilato, misura, buon gusto, classe e soprattutto swing a iosa.
E' così che si deve suonare il jazz: con umiltà, passione, professionalità e grande maestria tecnica. qualità che i membri di questo quartetto possiedono largamente.  
Come baritonista, Ghelardi palesa un suono robusto ed incisivo che sembra ispirato soprattutto a Serge Chaloff e a Bob Gordon, con accentuate suggestioni di Gerry Mulligan e di Lars Gullin. Ma, al di là dell'inevitabile e doveroso debito verso le fonti, Ghelardi si dimostra solista originale e creativo. La sezione ritmica fornisce un supporto di livello molto alto a partire dai due pianisti, assai diversi fra loro, ma di pari efficacia: ho molto apprezzato sia la straordinaria solidità e il non comune gusto di Giovanni Ceccarelli che lo scintillio tecnico e il virtuosismo mai gratuito di Paolo Tombolesi. Ottimo il sostegno garantito dal contrabbassista Valerio Serangeli, ispirato anche come solista, e dal batterista Peppe Giampietro, fine e misurato, il quale usa con sapienza le spazzole, oggi troppo spesso neglette da tanti suoi colleghi.  
Tra i brani originali, tutti di altissima caratura, ho una spicata predilezione per la struggente ballad Lost Love, per il vivace Call me again e per lo spumeggiante Sorry, I'm late. Tra le rivisitazioni di classici, sempre personali ed equilibrate, ho molto apprezzato il delizioso I've grown accostumed to her face, l'intenso Imagination e gli swinganti The Lady is a tramp e Speak low, indipendenti dalle celebri versioni di Mulligan, al quale è dedicato un omaggio tutt'altro che scontato nella briosa rivisitazione di Bernie's tune.  
Un disco di elevatissimo profilo, quindi, jazzistico a tutto tondo, quale da troppo tempo non sentivo, e che ad ogni ascolto suscita nuove e sempre più positive emozioni.

 Antonio Lanza  (Università La Sapienza, Roma)